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Dieta antinfiammatoria PDF Email Visite: 4205

RobertaMadonnaLa dieta dalle proprietà antinfiammatorie

Ciò che mangiamo può influenzare moltissimo la nostra salute sia nel breve che nel lungo periodo.

La realtà clinica ha consentito di capire che qualsiasi alimento, in relazione alla qualità, alla quantità o alla frequenza di assunzione, può provocare in soggetti “sensibilizzati” la produzione di citochine ed altri mediatori dell’infiammazione, responsabili di una variegata sequenza di sintomi e disturbi di natura intestinale o extra intestinale.

Consumare ripetutamente o in quantità eccessive un definito alimento, nel contesto di una dieta poco varia e scarsamente bilanciata, potrebbe sottoporre le cellule intestinali al perpetuarsi di uno stimolo di infiammazione, dovuto all’attivazione di recettori del tipo TLR2, che svolgono nell'organismo la funzione di segnalare il superamento della soglia di tolleranza. Un alimento può, così, indurre il rilascio di marcatori di flogosi, quali BAFF o PAF, nonché aumenti di alcune componenti del complemento (in particolare C3 e C4), dei Globuli Bianchi, macrofagi ed eosinofili, di specifiche molecole anticorpali (spesso di classe IgG).

La definizione recente della Gluten sensitivity, ha aperto nuovi orizzonti sullo studio dei fenomeni infiammatori da cibo. La Gluten sensitivity, spesso indistinguibile sul piano sintomatologico dalla malattia celiaca, è legata ad uno stato di flogosi, provocato dall’eccesiva o frequente esposizione al glutine. Tra i fattori che condizionano tale reazione di sensibilità alimentare, le cattive abitudini dietetiche ricoprono certamente un ruolo di primo piano. Al giorno d’oggi è divenuto molto comune anche riscontrare incrementi di sindromi infiammatorie, spesso croniche e di bassa intensità, dovute ai lieviti ed ai prodotti fermentati in genere. D’altra parte, in caso di infiammazione da cibo, recuperare la tolleranza è possibile, attraverso l’adozione di un regime personalizzato, vario ed equilibrato, che preveda la giusta limitazione ed il reinserimento graduale degli alimenti “ad indice infiammatorio” per il soggetto. Per fare un esempio, per ridurre il quantitativo di glutine a cui può essere esposto l’organismo, il consumo di grano, orzo, avena, farro, segale, sorgo, spelta, triticale o kamut potrebbe essere sostituito o alternato, a seconda dei casi, con alimenti come riso, mais, grano saraceno, miglio, amaranto o quinoa.

È da sottolineare che alcuni alimenti, molto diffusi nella dieta occidentale, possono essere in grado di causare una condizione di infiammazione o di peggiorarla, qualora essa fosse già presente. I principali cibi pro-infiammatori, sono rappresentati, soprattutto, dai derivati animali, che possono presentare tracce di ormoni, antibiotici o di altre sostanze potenzialmente nocive per la nostra salute. In particolare, le carni, gli insaccati, le uova ed i derivati del latte, sono fonti di acido arachidonico, da cui l’organismo sintetizza le prostaglandine pro-infiammatorie e la presenza di nitriti nelle carni conservate, può contribuire ad incrementare notevolmente una condizione di infiammazione.

L'alcol è causa di flogosi ed affaticamento epatico e dovrebbe essere consumato sempre con molta moderazione. I grassi idrogenati, il cibo da Fast Food, gli alimenti confezionati e di preparazione industriale, ricchi di coloranti ed aromi artificiali, conservanti, solfiti ed additivi vari, ma anche i dolciumi, le bevande zuccherate, le farine e tutti gli alimenti raffinati possono indurre il rilascio di molti mediatori di flogosi e provocare una considerevole acidificazione dell’organismo. D’altra parte, i livelli dei markers d’infiammazione risultano più bassi in chi predilige nella propria dieta i legumi, i cereali integrali, la frutta secca, la verdura e gli ortaggi, nonché i prodotti ittici, in quanto fonti di antiossidanti ed acidi grassi pregiati dalle proprietà antinfiammatorie. L’idratazione dell’organismo è indispensabile per l’allontanamento delle tossine che causano infiammazione; ogni giorno è consigliato bere da 1,2 a 2 litri di acqua oligominerale, in base alla stagione, al tipo di attività fisica svolta, alle differenti condizioni fisiopatologiche.

È certo che il consumo di frutta, ortaggi e verdura sia in relazione con la riduzione degli episodi da infiammazione da cibo; sembra che gli antiossidanti giochino un ruolo fondamentale nello svolgere questo effetto protettivo. Il quantitativo di un singolo antiossidante contenuto da un alimento vegetale non riflette necessariamente la sua capacità antiossidante ed antinfiammatoria totale, la quale sembra dipendere, piuttosto, dalla sinergia tra differenti fitocomposti; di conseguenza il potere antiossidante, antinfiammatorio ed alcalinizzante di una dieta su base vegetale vanta una correlazione inversa con alcuni markers di infiammazione sistemica, in particolare Proteina C Reattiva e Leucociti. Ne deriva che un regime alimentare dalle finalità antinfiammatorie deve essere in grado di prevenire e contrastare i processi flogistici, nonché lo stress ossidativo. In una dieta antinfiammatoria bisogna tener conto che non sarà un singolo alimento ad avere efficacia, ma piuttosto sarà la sinergia tra i differenti cibi a contrastare i fenomeni infiammatori e l'azione dei radicali liberi. Così, quando l'infiammazione è tenuta sotto controllo attraverso le giuste strategie nutrizionali, migliora globalmente anche lo stato di salute generale.

RobertaMadonna

 

 

Roberta Madonna
Biologo Nutrizionista
Specialista in Biochimica Clinica